Riportiamo di seguito il parere della Dott.ssa Roberta Bruzzone, psicologa e criminologa, relativamente ai fatti di Parma. L’analisi che propone rispecchia le riflessioni che noi come Gilda (ma purtroppo non tutto il comparto Scuola) abbiamo esposto fin da subito e per questo riteniamo interessante la condivisione.
Quello che è accaduto a Parma non è una “ragazzata”.
Non è un eccesso.
Non è una bravata degenerata.
È il segnale chiarissimo di un gruppo di soggetti già oltre la linea rossa: ragazzi che aggrediscono docenti, li inseguono, li colpiscono, li umiliano, li filmano, ridono.
E poi arriva la notizia che lascia ancora più sgomenti: i professori non sporgeranno denuncia. Secondo le ricostruzioni, l’aggressione è avvenuta nei pressi del Parco Ex Eridania/Falcone e Borsellino, vicino all’Itis Leonardo da Vinci, ed è stata ripresa in video; la Questura avrebbe confermato che i docenti non intendono denunciare.
Francamente, trovo questa scelta molto difficile da comprendere.
Perché qui la denuncia non sarebbe stata una vendetta.
Non sarebbe stata “accanimento”.
Non sarebbe stata un atto punitivo cieco.
Sarebbe stata un limite.
E il limite, per soggetti alla deriva, non è crudeltà ma è forse l’ultima forma possibile di contenimento.
Quando un ragazzo arriva a colpire un insegnante con calci, bastonate, cinghiate o minacce, non siamo più nel campo della maleducazione. Siamo nel territorio della devianza agita, della prevaricazione, della perdita totale di freni inibitori e del disprezzo per qualunque figura adulta.
E allora il problema non è solo ciò che hanno fatto loro.
Il problema è ciò che non facciamo noi.
Perché ogni volta che un adulto arretra davanti alla violenza, la violenza impara una lezione precisa: si può fare.
Si può insultare.
Si può inseguire.
Si può colpire.
Si può filmare.
Si può ridere.
E alla fine, forse, non succede neanche troppo.
Questa non è educazione.
È resa.
E la resa degli adulti è il fertilizzante perfetto della criminalità minorile.
Una denuncia, in casi come questo, non serve solo a punire. Serve a dire: “Qui ti fermi”. Serve a far intervenire istituzioni, magistratura, servizi, scuola, famiglie. Serve a mettere quei ragazzi davanti a una conseguenza reale prima che la prossima vittima sia più fragile, più sola, più esposta.
Perché il punto è esattamente questo: se non li fermiamo ora, quando?
Quando avranno mandato qualcuno in ospedale?
Quando avranno distrutto definitivamente ogni percezione del confine?
Quando l’arroganza sarà diventata identità criminale?
A Parma non abbiamo visto solo ragazzi violenti.
Abbiamo visto adulti feriti, una scuola umiliata, una comunità intimidita.
E oggi rischiamo di vedere anche l’ennesimo passo indietro di chi avrebbe dovuto trasformare quella violenza in una risposta chiara, formale, inequivocabile.
Non denunciare può sembrare un gesto di generosità.
Ma in casi come questo rischia di diventare l’ennesimo messaggio devastante:
fate pure, tanto il mondo adulto non ha più la forza di dirvi basta.
Ecco, io credo invece che “basta” sia l’unica parola educativa rimasta.
Detta bene.
Detta forte.
Detta nelle sedi giuste.
Perché a volte una denuncia non è una punizione.
È l’ultimo tentativo di salvataggio prima del baratro.
( Fonte: Facebook – profilo Roberta Bruzzone Psicologa e Crminologa)